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Updated: 6 hours 29 min ago

Il salvatore della patria

11 hours 17 min ago

La maggioranza traballa. Il governo ad personam di Berluskane riesce a sedurre una cospicua minoranza del paese,tanto quanto basta per prendere il premio di maggioranza del Porcellum e fare incetta di seggi, ma non riesce a diventare un progetto di governo a tutto tondo.
Alla svolta epocale della nuova Fiat di Marchionne e dell’Europa dell’austerità e dell’attacco al welfare, c’è bisogno di un progetto che non rappresenti solo una regione del paese. La frettolosa conversione di Fini al liberalismo è quanto mai opportuna. Il leader di Futuro e libertà insiste tanto, in polemica con la Lega, sul carattere nazionale e non regionale del suo progetto politico. La sbornia del berlusconismo trova la giusta prosecuzione nella risacca dei due tronconi della destra italiana: il neo-protezionismo di Bossi e la destra costituzionale, conservatrice e compassata di Fini. Quella del delfino di Almirante è una destra che, come ha detto il presidente della Camera a Mirabello copiando uno dei leit motiv del Veltroni di due anni fa, «unisce invece di dividere». Ma che – per dirne una – ribadisce l’importanza di portare a termine le privatizzazioni.
Può darsi che lo strappo di Fini ci conduca a un governo di «deberlusconizzazione nazionale» che faccia la riforma elettorale e e governi senza opposizione [chi mai oserebbe sfidare la Santa alleanza contro il Cavalere?]. O magari la Lega dimostrerà ancora una volta il proprio opportunismo e la solida cultura reazionaria di Giulio Tremonti, per Fini «il miglior ministro dell’economia in questa fase», farà da terreno fertile alla mediazione tra la retorica padana dei leghisti e quella nazionalpopolare dei finiani.
Il fantomatico «ritorno della politica» che Fini tanto invoca, insomma, porta con sè il passaggio di fase nella gestione della crisi. Come ha scritto Giuliano Ferrara giusto ieri sul Foglio, sia le fortune che i guai di Berluskane derivano dal fatto che non è mai riuscito a diventare davvero «politico». Il suo spirito animalesco continua a rappresentare una forma di egemonia sottoculturale nellimmaginario del paese ma non riesce a tramutare tutto ciò in progetto compiuto.
La destra di Berlusconi, Fini e Bossi aveva vinto le elezioni nel 2008 con una maggioranza fortissima. La più forte della storia della repubblica. La debordante vittoria di Silvio e Gianfranco era arrivata dopo una campagna elettorale insolita, che poggiava sulle debolezze del traballante governo Prodi – cui corollario è stata lo sfratto della sinistra dal parlamento – e sull’annuncio che la crisi era alle porte. La fine della «vacche grasse» annunciata dall’Uomo dei miracoli era un segno: si cedeva il passo a Tremonti e si iniettavano robuste dosi di egoismo sociale [il compimento della divisione del paese e della controrivoluzione liberista] e razzismo [la «sicurezza» e l’allarme migranti]. Così, la Lega e Tremonti sono stati egemoni fino ad oggi: sono gli unici che, in maniera aberrante ma patente, hanno risposto – dall’estrema destra dei fortilizi delle piccole patrie – alla crisi.
Non è detto che la crisi in atto apra spazi nuovi e opportunità inedite. Sia chiaro: non abbiamo niente da perdere dall’eventuale cambio in atto nelle stanze del potere. Ma non bisognerebbe dimenticare mai chi era l’uomo che siedeva nella camera di coordinamento delle forze dell’ordine al G8 di Genova. Lo stesso che oggi si presenta come salvatore della patria.

OGGI ACCADRA'. 69 mila detenuti, la Cgil: «È emergenza umanitaria»

13 hours 22 min ago

«Mentre in tutta Europa ci si interroga sulle criticità del sistema penitenziario e si adottano misure contro il sovraffollamento, l’Italia si distingue per incapacità di intervento e assenza di progettualità. Alla dichiarazione di stato di emergenza annunciata dal presidente del Consiglio Berlusconi, con l’illustrazione del piano carceri e dei ‘tre pilastri’ [edilizia penitenziaria, deflazione delle presenze in carcere, assunzione di 2.000 agenti], è seguito solo silenzio». A dirlo in una nota è Francesco Quinti, responsabile nazionale Fp Cgil per il comparto sicurezza.
«In questi mesi – osserva il dirigente sindacale – mentre in carcere si continua a morire e si rischiano rivolte e fughe di massa, è calato il silenzio: niente sul piano dell’edilizia, che richiede circa 1,5 miliardi di euro di investimenti, il ddl Alfano forse concluderà il suo iter nel mese di ottobre, producendo effetti modesti sul contenimento delle presenze, niente sul fronte delle assunzioni, malgrado si sconti una carenza di 6.000 poliziotti, cui si aggiungeranno almeno 2.500 pensionamenti nei prossimi 3 anni».
«Non servono – osserva poi Quinti – le visite agostane in carcere dei parlamentari, ridotte a operazioni d’immagine, né disposizioni tampone. Occorre un piano complessivo di intervento in grado di incidere sulla drammatica situazione delle carceri e l’avvio di una discussione parlamentare scevra dai soliti condizionamenti. Ma soprattutto occorrono investimenti, senza i quali ogni discussione si riduce a vile speculazione».
Circa 69.000 detenuti, a fronte di 43.500 posti disponibili, «rendono assai complessa, e in qualche caso precaria, la sicurezza e la vita nelle carceri, l’incolumità del personale e delle persone ristrette, come dimostrano le numerose risse, le aggressioni ai danni di poliziotti, i suicidi, i tentativi di fuga sventati solo grazie alla professionalità del personale di polizia penitenziaria. Su questi temi il governo, il ministro Alfano e il capo del Dap Franco Ionta, commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, abbiano il coraggio di assumersi le proprie responsabilità e ammettano il fallimento».
Infine un appello al presidente Napolitano per il rispetto dell’art. 27 della Costituzione: «Confidiamo nella sua sensibilità istituzionale e personale affinché solleciti l’apertura di un una discussione parlamentare risolutiva. Siamo all’emergenza umanitaria e su questo terreno la politica dovrebbe mostrare serietà e capacità di azione. Finora solo parole e promesse dal sapore sempre più amaro».

Mandoo. Il dramma dei kurdi sul grande schermo

13 hours 23 min ago

Nella sezione cineasti del presente , che seleziona le opere prime e seconde di registi emergenti provenienti da tutto il mondo , troviamo “Mandoo” del regista Ebrahim Saeedi.
La vicenda curda e le persecuzioni di una popolazione divisa nei vari stati del Medioriente , Turchia, Siria, Iran e Iraq è nota. Ma quello che forse è meno noto ai più, è che i curdi iraniani furono perseguitati anche dal regime degli ayatollah e in massa fuggirono nel vicino Iraq dove, quelli che riuscirono a salvarsi dalla repressione di Saddam, rimasero per più di 20 anni nei campi profughi dell’Onu. Campi allestiti inizialmente come sistemazione provvisoria ma che invece ospitarono migliaia di curdi per lungo tempo in una condizione di estremo degrado.
La vicenda del film si svolge dopo la caduta di Saddam : Sheelan , una giovane dottoressa curda rifugiata fin da bambina con la sua famiglia in Svezia, torna in Iraq a trovare il fratello di suo padre per cercare di convincerlo a chiedere asilo politico alla Svezia. La salute dello zio è però gravemente compromessa da un ictus e suo figlio spiega alla cugina che ha intenzione di ricondurre il padre nella loro casa natale nel Kurdistan iraniano dove egli desidera tornare per trascorrere, circondato dai suoi ricordi , l’ultimo periodo della vita. Sheelan decide allora di accompagnarli verso il confine e partono tutti con un piccolo camioncino stipato dei loro poveri averi : lo zio, suo figlio con la moglie incinta , lo loro bambina e Sheelan..
La strada si rivelerà piena di pericoli, agguati, campi minati , posti di blocco gestiti da “terroristi” (così sono definiti) che oppongono sacche di resistenza al nuovo assetto post-occupazione e quindi anche all’autonomia curda del nuovo Iraq.
Lo stile narrativo è asciutto , quasi documentaristico ma c’è spazio per la tenerezza del ricordo. Sheelan si divide tra le cure allo zio che non può più quasi muoversi, né parlare e una tenace insistenza nel riproporre al cugino l’espatrio della loro famiglia, per una vita migliore in un paese libero dove suo padre potrà ricevere delle cure adeguate.
Ma senza alcuna retorica sentimentale per lo struggimento del ritorno ,nessun vittimismo per le condizioni di vita subìte negli anni , prevale infine il richiamo alla casa familiare e alla terra d’origine. Il regista sceglie una via più intimistica pur collocandola in una situazione storica e politica: nessun accenno né sulle atrocità che il regime di Saddam ha compiuto sul popolo curdo , né soprattutto sul perché la famiglia di Sheelan ha dovuto abbandonare l’ Iran anni prima , elementi utili per comprendere “dall’interno” la complessità della questione curda.
Anche se è indiscutibile il valore artistico della pellicola , credo che uno sguardo un po’ più “politico “ avrebbe valorizzato maggiormente il film.

Il festival di Locarno guarda a Oriente

13 hours 25 min ago

Molto si è discusso attorno alla francesità di Olivier Père, il nuovo direttore artistico del 63° Festival del film di Locarno (4-14 agosto), e alla sua corte parigina trasferita sul lago svizzero; non sono mancate le polemiche attorno alla presenza in ben due film del pornoattore Francois Sagat presente in “Homme au bain”e in “LA.Zombie.” Polemiche sulle quali pesa il sospetto, probabilmente non lontano dalla realtà, di essere state ricercate appositamente, o almeno servite su un piatto d’argento.
Ma per trovare il “cuore” del festival lo sguardo andava volto in altre direzioni.
Mi riferisco in particolare ad “Open Doors”, una rassegna di film degli ultimi vent’anni delle repubbliche centroasiatiche Kirghizistan, Kazakistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan; pellicole meno appariscenti ma sicuramente più interessanti, e probabilmente destinate in gran parte a restare sconosciute al grande pubblico che non le troverà nelle sale, a causa della dittatura della grande distribuzione e di contenuti non sempre in linea con le attuali tendenze commerciali.
Farà forse eccezione a questa censura, ce lo auguriamo, il film khirghizo Svet-Ake, presentato in piazza Grande; “Il signor della luce”, ma liberamente tradotto nel festival come“il ladro di luce”, racconta l’esistenza di un elettricista che nell’era post-sovietica cerca di rendere disponibile, spesso senza l’autorizzazione formale delle autorità, l’elettricità alla popolazione di un paesino stretto in una profonda crisi economica e sociale. Il protagonista si trova frequentemente a dover difendere la popolazione locale che con grande fatica cerca di proseguire la propria vita quotidiana stretta tra la burocrazia statale ereditata del precedente mastodontico sistema sovietico e l’arroganza e il cinismo dei nuovi politici emergenti, talvolta ex dirigenti del partito, che non hanno avuto grande difficoltà a riciclarsi, a costruirsi un nuovo look e ad assumere i (dis)valori e la politica d’immagine propria del nuovo corso.
Se la denuncia della nuova classe dirigente è senza appello, il giudizio sull’era sovietica non è mai dichiarato in modo esplicito, ma dal film trapela un sentimento misto di critica ma anche di rimpianto per quelli che una vota erano servizi esistenti per tutti i cittadini, come l’elettricità, ed ora invece sono a disposizione solo di una parte limitata della popolazione. L’opera di Aktan Arym Kubat nato nel 1957 in Kirghizistan segue un’arte narrativa delicata, mai sopra le righe, talvolta esplicitamente poetica, non senza una vena autoironica; senza pretendere di lanciare alcun anatema non rinuncia a difendere i valori semplici ma universali dell’onestà, della solidarietà sfuggendo ad ogni drammatizzazione e senza rinunciare a una vena di buon umore.
Non vi è dubbio che per cogliere prodotti di qualità lo sguardo a Locarno andava rivolto ad oriente. Di grande interesse infatti anche le pellicole provenienti dall’est Europa, in particolare dalla Romania e dalla Serbia.
“Morgen” di Cris Marian racconta la storia di un uomo che vive una vita del tutto ordinaria in un paesino rumeno vicino al confine con l’Ungheria, coinvolto, suo malgrado, nel tentativo di emigrazione clandestina di un cittadino turco. Un film istruttivo dove coesistono il miraggio della terra promessa, l’Unione Europea, con la capacità di solidarizzare con lo straniero in cerca d’aiuto da parte di persone che vivono una condizione sociale certamente non privilegiata; uno spaccato di società molto lontano da quelle grida razziste alle quali siamo abituati nella nostra quotidianità. Ugualmente coinvolgente “Periferic” del regista rumeno Borgdan George Apetri con la magnifica interpretazione della giovane Ana Ularu vincitrice, come miglior attrice protagonista, del premio Boccalino della critica indipendente, premi istituito nel 2001 per valorizzare percorsi di qualità di impegno sociale e civile.” Un premio pienamente meritato. – ci dice Davide Rossi, direttore di aurorarivista.it e membro della giuria del premio Boccalino –Ana Ularu in un film struggente ha fornito un’interpretazione straordinaria ad una ragazza che ha sofferto molto, e che, dentro una realtà violenta, cerca di recuperare il proprio figlio e la libertà.” La Ularu interpreta Matilde, una giovane donna che giunta a metà della sua pena detentiva utilizza un permesso di 24 ore di libertà vigilata per tentare la fuga dal Paese, ma deve prima affrontare le complesse vicende del suo passato. Un racconto asciutto, senza alcuna concessione a facili moralismi che ci offre l’occasione per confrontarci con un’altra faccia di questo Paese, quella segnata dalla violenza, dall’illegalità e dallo sfruttamento della prostituzione.
“Tilva Ros”di Nikola Lezaic e “Beli beli svet” di Oleg Nockovic offrono una visione decisamente drammatica dell’attuale società serba segnata dalla miseria e dalla disoccupazione.
“Beli beli svet” racconta una triste vicenda famigliare con un ritmo che, mentre precisa sempre più i profili dei protagonisti, richiama alla mente le classiche figure della tragedia greca. Un film estremamente coinvolgente che ha ottenuto il Pardo all’interpretazione femminile per la bravissima attrice Jasna ?uri?i?.
Meno coinvolgente, soprattutto nella prima parte troppo lenta e ripetitiva, è invece “Tilva Ros” che comunque offre uno sguardo interessante sull’assenza di futuro delle giovani generazioni serbe che vivono ai margini, non solo geografici ma anche sociali, dell’UE. Tale vuoto sembra inglobare in una mancanza di senso e di valori tutta la società.
Sullo sfondo alcune immagini di lotte sindacali lasciano allo spettatore il dubbio se queste possano rappresentare un punto di riaggregazione anche per le giovani generazioni, pur attraverso una loro reinterpretazione (paradigmatico lo scontro tra il genitore operaio rientrato dalla manifestazione sindacale e il figlio ossessionato dallo skateboard e autore di un esproprio in un rande magazzino) o se piuttosto non siano anch’esse una parte di un tempo ormai passato, con codici comunicativi impossibili da recepire per le giovani generazioni.
A Locarno è stata presentata anche un’installazione video di Peter Greenaway che documenta 92 esplosioni atomiche (92 come il numero chimico dell’uranio): un messaggio forte contro la guerra e il nucleare. La proiezione, per scelta degli organizzatori, non è stata inserita nel programma ufficiale; ma, in polemica con tale decisione, le è stato attribuito il premio Boccalino “alla presenza più significativa del Festival.”

L'intreccio tra economia criminale e finanza mondiale

13 hours 33 min ago

«Se non potete eliminare l’ingiustizia almeno raccontatela a tutti» così scriveva Alì Shariati, uno dei principali teorici dell’Islam non integralista.
Flare [Freedom Legality And Rights in Europe], il principale network internazionale contro la criminalità organizzata, fondato da Libera e composto da 45 organizzazioni di 27 Paesi, ha invitato ad Otranto, alla prima edizione di Otranto Legality Experience [Ole] intitolata «Economia illegale, mafie e globalizzazione finanziaria», oltre 50 relatori/testimoni per raccontare il formarsi delle mafie globali, i loro affari e per illustrare i varchi che il funzionamento della finanza internazionale offre alla loro azione.
Ma gli aderenti a Flare non si accontentano di raccontare, sono attivisti nel pieno senso della parola e sono quotidianamente impegnati nell’azione sociale di contrasto alle mafie, spesso rischiando la vita, ed infatti ad Otranto non erano pochi i familiari delle vittime di mafia. A cominciare da Viviana Matrangola, figlia di Renata Fonte, prima donna amministratrice pubblica ad essere vittima nel 1984 di un delitto politico-mafioso per il quale sono stati puniti gli esecutori, ma mai i mandanti, collocati nei piani alti della politica e degli affari. Alcuni dei partecipanti al Forum sono riusciti a raggiungere la Puglia solo dopo innumerevoli peripezie attraverso le burocrazie statali europee, pur essendo in fuga ricercati dai clan criminali locali, come Mário Sá Gomes. Altri dall’Afghanistan, dall’Iran e dalla Nigeria non sono riusciti ad arrivare per la mancata concessione del visto da parte delle ambasciate italiane. Se pensiamo che avrebbero dovuto testimoniarci l’intreccio nei loro Paesi tra criminalità, affari, governi e multinazionali, comprendiamo quanto sia stata grave la decisione delle rappresentanze italiane.
La competenza dei relatori, l’alta qualità delle relazioni e l’indubbia preparazione dei 150 partecipanti al Summer Camp [organizzato con una trentina di seminari mattutini e visite pomeridiane ai terreni confiscati] hanno trasformato il Forum, come si è potuto constatare anche negli incontri pubblici, in un’occasione unica a livello internazionale. Opportunità fondamentale per la formazione di chi vuole agire in questo campo, ma anche per l’informazione dei normali cittadini che nella loro vita subiscono, spesso senza averne coscienza, le conseguenze degli intrecci mafiosi.
Il Forum diventerà un appuntamento annuale. Il prossimo anno vi sarà una Summer School [sostenuta da tutti gli atenei pugliesi a da alcune università europee ed internazionali] per studenti universitari e neolaureati che vedrà riconosciuti dei crediti formativi; si replicherà il Summer Camp in forma più ampia, ed infine vi saranno alcune giornate di vero e proprio Forum aperte a chiunque sia interessato.
In attesa della pubblicazione degli atti completi del Forum, riassumo i cinque punti che ho affrontato nella sessione conclusiva del Forum:
1] Non c’è una separazione netta tra economia legale e illegale, anzi c’è un’economia finanziaria formalmente legale ma che concretamente si comporta illegalmente; questa zona grigia è fortemente aumentata negli ultimi anni e rischia di dilatare ulteriormente la propria azione nei prossimi anni. In particolare Pedro Paez, già ministro delle Finanze in Ecuador e membro della commissione Stiglitz delle Nazioni Unite, ci ha ricordato come mentre il PIL mondiale è di 67.000 miliardi di dollari, l’ammontare totale dei derivati finanziari, quindi di prodotti «off balance», fuori dal bilancio formale delle banche , ammonta a 1,5 milioni di miliardi di dollari; la sola Banca d’America ha 100.000 miliardi di dollari di derivati finanziari, una cifra superiore al PIL mondiale. Nei paradisi fiscali vi sono11.000 miliardi di dollari non tassati. Questa immensa massa finanziaria è stata, e lo è ancora, in grado di condizionare fortemente l’economia mondiale.

2] L’UE non sfugge a tale situazione; con 29 sistemi giuridici differenti, più del numero degli Stati dell’Unione [infatti alcuni, come la Gran Bretagna, ne hanno più di uno, in base alle autonomie amministrative] e con altrettanti sistemi fiscali, anche qualora vi fosse una decisa, trasparente e unanime volontà politica di contrastare il crimine organizzato internazionale, è evidente come questo sia oggettivamente un obiettivo difficile da raggiungere, in una simile situazione. Ad oggi sono solo tre – e tra questi non c’è l’Italia – i Paesi dell’Ue che hanno reso automatica sul loro territorio la confisca dei beni mafiosi decisa da un magistrato di un altro Paese europeo. Paradisi fiscali e off-shore sono di casa anche nell’Ue: il caso dell’isola britannica Jersey, collocata nel canale della Manica, è solo uno dei più eclatanti.

3] Forte è l’ambiguità di non poche istituzioni nazionali e internazionali. Il 60 per cento del commercio internazionale transita dai paradisi fiscali nell’indifferenza della WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. D’altra parte, solo per fare un esempio, sono le medesime regole della WTO che, garantendo 20 anni di brevetto monopolistico sui farmaci, favoriscono lo sviluppo del commercio illegale dei farmaci contraffatti nel sud del mondo. In alcuni Paesi l’intreccio tra economia illegale e Stato è sotto gli occhi di tutti; infatti crollerebbero intere economie se fosse azzerato il narcotraffico. Politiche repressive verso i migranti, quale è il progetto Frontex dell’UE, producono come conseguenza la crescita del traffico di esseri umani.

4] La crisi rischia di essere un ulteriore volano per l’economie criminali. In tempo di crisi le mafie sono tra i soggetti che meglio di altri possono garantire la disponibilità in tempo reale di ingenti quantità di denaro da investire; sono in grado di aggiudicarsi percentuali significative degli appalti per le grandi opere; trovano terreno fertile al moltiplicarsi delle pratiche usuraie. In una situazione nella quale diventa sempre più difficile la separazione tra economia materiale e speculazione finanziaria.

5] Movimenti globali contro la criminalità organizzata. L’appuntamento di Otranto è stato il risultato di un importante incontro tra due dei più interessanti percorsi verificatisi negli ultimi 15 anni: Libera, anima dell’antimafia sociale che punta alla sconfitta delle mafie attraverso la mobilitazione della società civile e la sua capacità di affiancare e stimolare l’azione repressiva delle istituzioni e il WSF, il Forum Sociale Mondiale, cuore dei movimenti antiliberisti che per primi hanno compreso le drammatiche conseguenze per tutta l’umanità derivanti da un modello dominato dalla finanziarizzazione dell’economia e dalla globalizzazione dei mercati, in assenza di un ruolo prioritario delle istituzioni politiche. Potenziare e diffondere in una dimensione mondiale l’azione derivante da questo fecondo intreccio è stata l’intuizione di FLARE e sarà l’obiettivo prioritario del futuro prossimo di Ole.

*Vittorio Agnoletto è il coordinatore culturale di Ole
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La scuola incerta

Mon, 09/06/2010 - 02:03

Nonostante il trionfalismo del ministro Gelmini, per il secondo anno consecutivo l’apertura delle scuole avviene all’insegna del caos più totale. L’incertezza degli alunni che non sanno per quante ore settimanali frequenteranno, soprattutto se hanno chiesto tempo pieno e tempo prolungato; l’incertezza delle famiglie che non sanno a quale santo votarsi se i loro figli non saranno ammessi al tempo pieno; l’incertezza dei precari che non sanno se avranno il posto di lavoro; l’incertezza dei docenti di ruolo sull’orario; l’incertezza dei dirigenti a organizzare le classi, visto che aumentano gli alunni e diminuiscono i posti; l’incertezza dei direttori amministrativi che non sanno in base a quale budget finanzieranno i piani dell’offerta formativa; l’incertezza degli studenti delle superiori appena «riformate» che faranno più latino e meno laboratorio se sono ai tecnici e meno italiano e più informatica se sono al classico… Tra tanto brancolare nel buio, però, c’è una cosa chiarissima, i tagli finanziari e di personale.

Questa la situazione. Ratificata e aggravata dalla manovra finanziaria di luglio. Dipanare la matassa ingarbugliata di questo inizio anno non è semplice, perché i problemi che gravano sulla scuola pubblica italiana sono di varia natura. Prima di tutto economica, in tre anni si sono persi ben 8 miliardi di euro e oltre 120 mila posti di lavoro. Dopo una battaglia prolungata e insistente, condotta dalla sola Cgil ma appoggiata e sostenuta dalle scuole, il ministero ha concesso 70 milioni per il funzionamento ordinario. Una goccia nel mare.
Anche per questo motivo la Flc Cgil e il coordinamento Genitori democratici hanno promosso una class action per recuperare oltre 1 miliardo e mezzo di euro che il ministero dell’Istruzione deve alle scuole. A tanto ammontano infatti gli anticipi di cassa per spese obbligatorie, ad esempio per le supplenze, di competenza del ministero. Le scuole vi hanno fatto fronte con soldi destinati ad altre attività, aspettando un rimborso sempre promesso ma mai arrivato.
L’asfissia finanziaria, l’incertezza delle risorse e i tagli al personale creano effetti a catena sul buon funzionamento della normale attività didattica quotidiana. «La riduzione di organico – ci conferma Armando Catalano, dirigente scolastico di un istituto comprensivo romano – prosegue nonostante aumenti il numero di alunni, che è uno dei criteri di attribuzione del personale, e ci crea molte difficoltà organizzative». Sarà la fine del tempo pieno, perché con le disponibilità in organico i dirigenti scolastici saranno costretti ad applicare il modello imposto dalla «riforma» Gelmini che riduce di fatto il tempo-scuola, in barba alla scelta prevalente delle famiglie che avevano preferito ben altri modelli. Non sarà possibile garantire le attività alternative a chi non frequenta l’ora di religione che anche quest’anno sarà punito, parcheggiato in qualche altra classe o mandato per strada, in ogni caso privato di una o due ore settimanali di formazione e di un diritto garantito dalla legge, ma stracciato dal ministro.
Nella scuola elementare la riduzione del tempo pieno, già cominciata lo scorso anno con l’introduzione della riforma, continua ancora. In qualche caso gli enti locali corrono ai ripari per venire incontro ai bisogni delle famiglie, con interventi lodevoli nelle intenzioni, ma spesso puramente assistenziali, di parcheggio, senza alcun progetto didattico condiviso con le scuole. Anche nella scuola media si ripropone un film già visto. «La frantumazione delle cattedre – ci spiega Catalano – costringe tanti insegnanti a lavorare su più scuole. È inevitabile, visto che non abbiamo, come sarebbe logico e razionale, un organico di istituto». Anche qui Si riduce il tempo-scuola da 33 ore [inclusive di sperimentazioni e tempo prolungato] a 30. «Inoltre, – continua Catalano – i docenti non hanno più ore a disposizione per sostituzioni temporanee, quindi, in assenza di un collega si divide la classe tra altre classi, rendendo difficile la didattica a tutti». Anche l’igiene lascerà a desiderare. «Siamo stati costretti a rivedere al ribasso il contratto con la ditta di pulizia, quindi alcuni spazi saranno puliti tre volte a settimana invece che ogni giorno».
Saranno privati del diritto alla formazione e al completamento degli studi molti lavoratori-studenti, infatti quest’anno tantissime scuole saranno costrette a cancellare i corsi serali, diverse sezioni di scuole carcerarie sono state già chiuse: si toglie a chi ha più bisogno. Problemi ne incontreranno anche gli alunni con disabilità, non solo perché in alcuni casi non sarà possibile mantenere il limite dei 20 alunni per classe quando vi sia presente un disabile, ma soprattutto perché ci sarà meno personale ausiliario [i bidelli tanto esecrati da Gelmini] disponibile ad assisterli nei bisogni non didattici. Un altro problema scaricato sulle famiglie. D’altronde 100 mila posti vacanti in organico non sono pochi ed è falso sostenere che in Italia c’è più personale scolastico che altrove. Si sa che i dati possono essere poco oggettivi e qui si nasconde il fatto che in altri paesi europei il personale che, a vario titolo, lavora nelle scuole non è tutto dipendente dallo Stato [come in Italia], ma dai comuni o altre istituzioni. Bisognerebbe aggregare i dati europei o disaggregare i nostri.
Ai problemi economici se ne aggiungono altri di natura ordinamentale. La riforma Gelmini è una giungla di norme, spesso in contraddizione tra loro, parte delle quali impugnate e sospese, tra sentenze ignorate e correzioni dell’ultimo minuto. L’ordinamento delle scuole superiori che entra in vigore da quest’anno è un bel rompicapo per dirigenti e docenti. Intanto perché affermazioni di principio persino condivisibili vengono smentite nei fatti. Un esempio? Le linee guida sui tecnici e professionali esaltano la centralità del laboratorio, ma poi nella definizione degli indirizzi le ore di laboratorio scendono – addirittura – da 12 a 8. La mancanza, inoltre, di importanti provvedimenti attuativi rende quanto mai arduo il compito delle scuole, tanto che ha suscitato le critiche del Cnpi e la decisione del Tar di sospendere l’applicazione della riforma delle superiori nelle classi intermedie. Critiche che non sembrano aver toccato il ministro Gelmini.

È chiaro che questa non è una riforma. Non si fanno riforme a costo zero e non si fanno riforme senza formare [e informare] il personale. Ed è soprattutto chiaro che tutta l’impalcatura istituzional-ordinamentale è dettata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti, tanto bene combacia con le sue politiche finanziarie depressive e finalizzate allo smantellamento dell’istruzione pubblica. D’altronde un’altra «riforma epocale», quella del ministro Brunetta sulla pubblica amministrazione, si arena nella scuola sul blocco dei contratti imposto da Tremonti. Senza contratti non sarà possibile la valutazione del personale, con il suo carico di premi e punizioni, semplicemente perché mancano i fondi necessari. Paradossale. Ma alle punizioni ci penserà Gelmini: sta per essere emanata una circolare – di certo molto dettagliata – sulle sanzioni da comminare al personale. Strano concetto di meritocrazia.

Intanto in tutta Italia i precari sono in piazza: docenti e anche personale amministrativo, tecnico e ausiliario, molti di loro lavorano da 20 o 30 anni, tanti sono giovani a cui viene cancellato il futuro e il sostentamento per ragioni ignobili: la fine dell’istruzione pubblica in Italia.

La pecora nera degli artisti

Fri, 09/03/2010 - 07:01

«Chiedete a un industriale vero se conviene di più produrre o riciclare carta. Non a un industriale ruffiano che fonda un partito, non a uno che fa affari con la mafia e la camorra, ma a uno vero. Non a un compagno che vuole fare la rivoluzione, ma semplicemente a un imprenditore. Vi dirà che riciclare carta è meno costoso che produrla. E se c’ha anche un po’ di coscienza e un figlio a cui lasciare un po’ d’aria respirabile vi dirà che non solo costa meno, ma distrugge anche di meno. Allora sarebbe straordinario che invece di chiudere Carta la si potesse riciclare. Carta che diventa letteratura e cinema, Carta che diventa musica e teatro, movimento e sindacato, ma anche trattoria e parco giochi, fontanella nell’isola pedonale e orto in una scuola elementare. Riciclare Carta e rifare l’impasto una volta a settimana invece di buttarla al secchio». Ascanio Celestini

Gli altri messaggi della campagna Sos-tengo Carta

Vittime delle forze dell’ordine: le famiglie danno vita a un’associazione

Fri, 09/03/2010 - 06:45

FERRARA – «Continuare a parlarne è la forma più duratura di giustizia». Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi ucciso il 25 settembre 2005 da quattro poliziotti, ha ancora voglia di far sentire la sua voce. Ma perché abbia più forza l’ha unita a quella delle famiglie Bianzino, Cucchi, Giuliani, Sandri e Uva. Nel quinto anniversario della morte di Federico, a Ferrara, verrà presentata l’associazione famiglie delle vittime delle forze dell’ordine. Quel giorno sarà anche la prima nazionale del documentario di Filippo Vendemmiati sul caso Aldrovandi.
«Sarà un’associazione aperta – racconta Patrizia Moretti – che nasce con due obiettivi: lavorare perché nessuno debba più vivere ciò che è accaduto a noi e ricucire il rapporto con le istituzioni». La madre di Federico tiene infatti a ricordare come, in questi anni, non abbia mai generalizzato le accuse, ma abbia sempre distinto i colpevoli dalle persone oneste. «Ho accusato di omicidio i quattro agenti condannati nel 2009 – precisa – e di depistaggio e falso i loro colleghi che hanno cercato di nascondere quanto era accaduto, mai la polizia nel suo complesso».
Quello del poliziotto è un mestiere delicato, «che va fatto con coscienza». È per questo che la madre di Federico sostiene l’importanza di una selezione sugli ingressi e della formazione. E parla della necessità di poter identificare gli agenti, cosa che oggi non è possibile. La strada da fare è ancora lunga, ma lei non si tira indietro ed è convinta che ognuno nel suo piccolo possa fare qualcosa. «Non credo che la gente voglia una polizia di cui avere paura – afferma –. Anche per questo la legge deve essere uguale per tutti. Oggi, purtroppo, non è così».
La notizia della decisione di costituirsi in associazione arriva a pochi giorni dall’anteprima veneziana del documentario «È stato morto un ragazzo» [8 settembre nelle Giornate degli autori]. «Il titolo è una sgrammaticatura, ma riflette la realtà. Abbiamo lottato a lungo contro le versioni ufficiali che via via ci venivano raccontate – racconta Patrizia Moretti – e che, puntualmente, venivano smentite».
Patrizia Moretti si aspetta molto dal film di Vendemmiati, «l’unico», a suo parere, che potesse girarlo. Il regista, di origine ferrarese, era un conoscente della famiglia [compagno di scuola di Lino Aldrovandi] a cui, durante la lavorazione, si è avvicinato molto. «Ha seguito il processo fin dall’inizio e conosceva bene la vicenda – chiarisce la madre di Federico – ma il film gli ha permesso di approfondirla sia dal punto di vista giornalistico che da quello umano».
Una conoscenza, quest’ultima, che, secondo Patrizia Moretti, è mancata a Mariaemanuela Guerra, il pubblico ministero a cui era stato assegnato il caso e che «non ha mai cercato di sapere chi era mio figlio o che cosa aveva fatto quel giorno. Non le importava di lui». Tanto che per i primi quattro mesi il fascicolo dell’indagine rimase vuoto e ci vollero il blog aperto da Patrizia Moretti e l’assegnazione a un nuovo pm per arrivare al processo. «Il fascicolo vuoto non è una mia invenzione – precisa – ma un fatto. Oggi, quel pm ha scelto di querelarmi per averlo detto. Non so perché lo abbia fatto, ma credo che per lei sia controproducente».
Nonostante tutte le falsità dette sul figlio, i depistaggi e le querele, Patrizia Moretti non ha perso la fiducia nella giustizia. «Non ho mai dubitato che la verità sarebbe venuta alla luce – racconta –. È vero, la condanna è piccola, ma nemmeno l’ergastolo avrebbe potuto restituirmi Federico. Ho lottato per dargli la giustizia che meritava. Credo che il film di Vendemmiati sia importante: potrà mettere mio figlio nella giusta luce e farlo vivere di nuovo, visto che lui non può più farlo». [lp]

Il test Annapolis

Thu, 09/02/2010 - 06:42

Il vertice iniziato a Washington il 2 settembre ricorda quello di Annapolis, tenuto nel novembre del 2007. Anche allora, il presidente statunitense [era George W. Bush] invitò i leader della regione [con «lancieri» da tutto il mondo] alla cerimonia di apertura dei negoziati finali israelo-palestinesi. Anche allora, l’amministrazione statunitense trascinò all’incontro un presidente Mahmoud Abbas urlante e scalciante. Anche allora, si decise di «tentare di raggiungere un accordo nel giro di un anno» [per essere precisi, entro la fine del 2008]. Allora come oggi, tutti si impegnarono a rispettare gli accordi precedenti.
La fragile barca dei negoziati si incaglierà anche stavolta su un banco di sabbia, per rimanerci fino alla prossima cerimonia?
Il processo di Annapolis ha generato una significativa riduzione delle divergenze tra le leadership israeliana e palestinese. Nei canali ufficiosi, l’allora primo ministro Ehud Olmert offrì ad Abbas uno stato palestinese nel 93,5 per cento della Cisgiordania, più un ulteriore 5,8 per cento da raggiungersi con scambi di territori con Israele e un «passaggio sicuro» per collegare la Cisgiordania con la Striscia di Gaza. Olmert offrì anche di dividere la terra di nessuno di Latrun e di consegnare ai palestinesi i quartieri arabi di Gerusalemme est. Era anche pronto ad assorbire, eventualmente, in Israele, alcune migliaia di rifugiati palestinesi. A causa della guerra a Gaza e delle elezioni in Israele, i negoziati si sono bloccati alla fine del 2008, e non sono ripresi fino a oggi.
Il cambiamento del governo israeliano non ha in alcun modo cambiato la posizione palestinese riguardo alle questioni essenziali. Il documento che Abbas ha mandato al premier Benyamin Netanyahu attraverso i buoni uffici di George Mitchell ripete gli stessi proponimenti che furono presentati a Olmert. Dal punto di vista dei palestinesi, la vittoria della destra in Israele non obbliga ad aggiornare i propri principi per assecondare la volontà degli elettori israeliani. Abbas è molto più preoccupato di Hamas, che lo presenta come un «traditore» della causa palestinese, e dei suoi amici nella leadership di Fatah che vorrebbero vederlo fallire, più che delle minacce dell’estrema destra israeliana e delle pressioni che Netanyahu subisce dai falchi del Likud.
Di fatto, un governo israeliano di destra che ha difficoltà a congelare anche temporaneamente la costruzione degli insediamenti serve agli interessi palestinesi più di un governo moderato che appoggia la pace ma fa molto poco per cambiare la realtà sul terreno. Più il governo israeliano sembra estremista, maggiori sono i dividendi che il primo ministro palestinese Salam Fayyad riesce a ottenere dalla comunità internazionale in cambio dei suoi sforzi per stabilire credibili istituzioni di governo palestinesi ed efficienti servizi di sicurezza. La leadership palestinese è anche consapevole del fatto che con il passare del tempo c’è un crescente timore nell’opinione pubblica israeliana e perfino tra i coloni che il governo Netanyahu possa trasformare Israele in uno stato binazionale.

Di conseguenza, non è probabile che Abbas possa offrire a Netanyahu concessioni territoriali e di altro tipo che Olmert non abbia già ricevuto. Né sono cambiate, dai tempi di Annapolis, le posizioni di principio di Washington. Il presidente Obama ha abbracciato la road map presentata alle due parti sette anni fa dal suo predecessore e adottata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Entrambe le amministrazioni hanno capito che un accordo sullo status finale sarà sostanzialmente una variazione sui parametri di Clinton, l’Iniziativa di Ginevra e i punti di contatto raggiunti tra Olmert e Abbas. Finora, pur dimostrando un attivo coinvolgimento per il processo di pace, l’amministrazione in carica non ha presentato alcun piano Obama per la pace in Medio oriente.
Abbas e Olmert hanno fatto grandi progressi, senza bisogno di dover affidarsi ai buoni uffici diplomatici degli Stati uniti. Se ci fosse stata la possibilità di continuare i colloqui, avrebbero raggiunto un accordo. Questa volta, tuttavia, è dubbio che le due parti possano progredire senza l’aiuto di terzi.
Gli Stati uniti hanno accettato la richiesta di Netanyahu di rinnovare i colloqui senza precondizioni. Netanyahu si rifiuta di riprendere i colloqui dal punto in cui i suoi predecessori li avevano lasciati, e per di più non è d’accordo sull’assumere come punto di riferimento la linea del 4 giugno 1967 come base per un confine permanente tra Israele e uno stato palestinese.
Questo significa ignorare punti di convergenza e anche accordi raggiunti nel passato e ricominicare i negoziati sulla base delle nuove posizioni e delle nuove mappe presentate da Israele. Fino ad oggi, nessuno sa quale mappa dello stato palestinese Netanyahu avesse in mente quando, più di un anno fa, nel suo discorso all’università di Bar Ilan ha parlato di due stati per due popoli. Alcuni dei suoi collaboratori sostengono che nemmeno il primo ministro stesso sa cosa realmente voglia.
Anche se il vertice di Washington non avesse più successo del precedente Annapolis, almeno l’opinione pubblica israeliana e il resto del mondo saprebbero finalmente dove vuole arrivare Netanyahu e come trattare con lui.

Gelmini: «Massima solidarietà» ai precari che non farà lavorare

Thu, 09/02/2010 - 06:08

Il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini non incontrerà i precari in sciopero. «Non li incontrerò – ha detto in una conferenza stampa a Palazzo Chigi – anche perché ad oggi non sappiamo nemmeno chi ha perso realmente il posto. Le persone che protestano lo fanno senza essere state ancora escluse».
Complessivamente i tagli del governo in Finanziaria riguardano circa 25mila cattedre e 15mila posti di personale Ata. Tra questi, una parte degli esuberi è stata ammortizzata dai pensionamenti, oltre 30mila, ma va conteggiato anche il personale di ruolo, soprattutto docenti, che ha perso il posto e in agosto è stato reimpiegato su uno libero. Di rimando sono diminuiti i posti per i precari in lista d’attesa, circa 250mila docenti in graduatoria e 70mila personale Ata.

«La protesta – spiega però il ministro – è legittima, ma non del tutto motivata. Il ministero non ha ancora completato le operazioni sul personale scolastico, dobbiamo avere il tempo di completarle e solo allora vedremo quanti precari risponderanno positivamente agli accordi che stiamo ultimando con le Regioni. Non voglio essere coinvolta in una contrapposizione politica che determina un clima negativo sull’inizio dell’anno scolastico. Il mio compito oggi è garantire il corretto avvio dell’anno». Ai precari – ha aggiunto Gelmini – va la massima solidarietà, anche in maniera completa». Il ministro ha poi rivolto un appello alle forze politiche affinché «non si strumentalizzi il disagio».
«Sono disponibile al confronto, non alle polemiche», ha aggiunto auspicando «un confronto nel merito di ciò che si può fare e non di ciò che si vorrebbe. Il governo non è onnipotente, ma tutti i margini di intervento possibili li sta utilizzando. E se questo venisse detto con chiarezza le tensioni potrebbero affievolirsi nell’interesse di tutti e di un buon avvio dell’anno scolastico».
Quanto alle «novità» dell’anno scolastico che si apre, Gelmini ha ricordato che per i ragazzi che fanno più di 50 giorni di assenza la bocciatura sarà automatica. Ed è tornata sul tasto del merito: «Abbiamo aperto un tavolo con i sindacati» per introdurre la progressione in carriera degli insegnanti basata sul merito, ha detto, aggiungendo che in Europa «solo Italia e Grecia non hanno un avanzamento per merito nella carriera degli insegnanti».
Quanto alla polemica sui test di ammissione alle facoltà universitarie, Gelmini si dice «contraria all’abolizione dei test. Penso che ci debba essere un modo oggettivo per selezionare decine di migliaia di studenti che vogliono accedere a Medicina. Per i test, poi, ci sono margini di miglioramento, ma sono limitati. Qualcuno propende per far pesare di più il voto di maturità, ma oggi non c’è una misurazione oggettiva dei ragazzi al termine della scuola superiore. Non mi pare che sia questa la strada».

«Ma in quale mondo vive la ministra Gelmini? Non si può continuare a sostenere che tutto va bene e che le responsabilità sono sempre di altri. Si ammetta che le politiche sulla scuola non hanno prodotto alcun miglioramento della qualità formativa ma un netto peggioramento». È quanto afferma in una nota Domenico Pantaleo, segretario della Flc Cgil [il sindacato della scuola] commentando la conferenza stampa di Maria Stella Gelmini.
«Siamo di fronte al licenziamento di migliaia di precari – prosegue Pantalaeo -, a 10.000 insegnanti dichiarati in sopranumero, a scuole elementari che non possono più garantire i tempi scuola richiesti dalle famiglie, a classi più affollate e più insicure, all’impossibilità di assicurare risposte adeguate d’integrazione per gli alunni disabili, a tagli di ore e di materie nelle secondarie superiori e al blocco dei salari per quattro anni per tutto i pubblici dipendenti. Ci sono scuole nelle quali mancano perfino i collaboratori scolastici per aprirle e chiuderle».
Pantaleo aggiunge che «se si vuole aprire un confronto vero siamo pronti a discutere purché si abbia l’umiltà di ascoltare anche le nostre opinioni e la disponibilità a rimettere in discussione scelte disastrose a partire dai tagli. Ma la ministra deve innanzitutto avere maggiore rispetto per coloro che perdono il lavoro e sono disperati, fino al punto di mettere in gioco la propria vita. Le persone non sono numeri e la dignità di chi soffre deve essere sempre rispettata». Infine un appello: «Insisto nel chiedere alla Ministra di ascoltare le loro richieste».

Caso Franceschi. Troppe domande senza risposta

Wed, 09/01/2010 - 06:23

In un caso in cui tutto è inspiegabilmente complesso e quasi indecifrabile, forse conviene partire dalle poche cose certe. Daniele Franceschi era un viareggino di 36 anni. Lo scorso febbraio era stato arrestato dalle autorità francesi per falsificazione e uso improprio di carta di credito: aveva tentato di giocare al casinò di Nizza con una carta risultata falsa. Lì è cominciato il suo calvario, conclusosi una settimana fa con la morte nel carcere di Grasse. Questi i due estremi della storia; in mezzo ci sono le lettere inviate dal ragazzo alla madre, in cui raccontava di vessazioni, minacce, di un clima di terrore, dell’odio per gli italiani, e alcune telefonate fatte con un cellulare procuratogli all’interno del carcere, l’ultima una decina di giorni prima di morire. Restano molte domande, diversi punti non chiariti e soprattutto la sensazione che dalla Francia non stia arrivando tutta la collaborazione che in casi come questo sarebbe non solo auspicabile ma doverosa.

Segni inquietanti. Ieri si è svolta l’autopsia, stranamente blindata, alla quale non è stato ammesso nemmeno il medico legale italiano per la cui presenza si era speso addirittura il consolato italiano di Nizza, ottenendo rassicurazioni. Quando ieri, intorno alle 18, Peacereporter ha contattato Aldo Lasagna, uno dei due avvocati che sta assistendo la famiglia Franceschi, l’esame autoptico era ancora in corso. «L’autopsia è ancora in corso di svolgimento perché da quel che mi risulta sarebbe particolarmente complessa», ha detto il legale. «Comunque la madre stamattina [ieri per chi legge, ndr] ha potuto vedere la parte frontale del corpo del ragazzo, ha potuto avere una visione superficiale e approssimativa della testa e da quello che so è rimasta piuttosto scossa e inorridita perché ci sono delle tumefazioni intorno al naso e alla bocca, il che avvalora la tesi che ci siano state delle percosse se non addirittura della brutalità, che il ragazzo abbia subito delle violenze fisiche. In che forma, in che modo, in che misura al momento non è dato saperlo».
Eppure, stando alla versione delle autorità francesi, Daniele sarebbe morto nel pomeriggio del 25 agosto per un infarto fulminante. Il ragazzo avrebbe lamentato dei dolori e – secondo quanto riferito dalla direzione del carcere – sarebbe stato stato sottoposto ad un elettrocardiogramma.

Qualcosa non quadra. Il condizionale è d’obbligo perché non solo non sono ancora chiare le cause del decesso di Daniele ma nemmeno la data. Secondo quanto ricostruito da Prison.eu.org, un network francese che monitora la condizione delle carceri francesi e ha informazioni di prima mano, il ragazzo sarebbe morto il 24 agosto. Lo conferma l’avvocato Lasagna: «La data del 24 sembra più probabile anche in virtù delle discrepanze che emergono tra le testimonianze del personale di guardia e quanto raccontato dal direttore del carcere. Altri elementi non quadrano, ad esempio sulle modalità del rinvenimento: alcuni sostengono che sia stato trovato esanime sul pavimento di mattina, altri dicono che sia stato trovato sul letto nel tardo pomeriggio. L’unica certezza è che questa vicenda è contornata da una serie di dubbi sospetti e reticenze sin dall’inizio, purtroppo», sostiene il legale.
La data del 24 emerge nella prima comunicazione ufficiosa ai Franceschi da parte della polizia francese, fatta il 27 agosto, cioè tre giorni dopo il decesso. Una comunicazione «fredda e arida», secondo l’avvocato.

Iniziative legali. Resta da capire come sia stato possibile che in un Paese comunitario si possa entrare in carcere per un reato minore e non uscirne più. «Tra le varie omissioni, le varie lacune, le varie carenze di cui si lamentano i familiari c’è anche questo: il povero Daniele è stato abbandonato a se stesso», ha detto Lasagna. Il quale non può far affidamento su documenti ufficiali, coperti da segreto istruttorio e inaccessibili anche al suo collega francese che assiste i Franceschi. Non c’è traccia nemmeno dell’elettrocardiogramma fatto poche ore prima della morte. Dalla Francia, per ora, poche e confuse spiegazioni ed una serie di gesti se non ostili quantomeno discutibili, come l’esclusione del medico legale italiano dall’autopsia.
Per questo, secondo l’avvocato, la famiglia chiederà alle autorità consolari e a quelle italiane più in generale di «esprimere una energica protesta al governo francese perché mai più un cittadino italiano debba subire comportamenti così sconsiderati Oltralpe, a pochi chilometri dal nostro confine». A breve, comunque, seguiranno iniziative legali, probabilmente nella forma di un esposto alla Corte di Giustizia Europea.
Ieri la madre è tornata in Italia ma ripartirà a breve per riprendersi la salma, che una volta in Italia sarà sottoposta ad una nuova autopsia, dalla quale dovrebbe arrivare una risposta definitiva all’unica domanda che conta: perché è morto Daniele Franceschi?.

Cortei in Francia e davanti all'ambasciata il 4 settembre a Roma

Wed, 09/01/2010 - 05:14

Nicolas Sarkozy non cambia rotta e ribasce la sua «volontà inflessibile» di portare avanti le misure annunciate lo scorso 30 luglio nel discorso di Grenoble. In particolare quelle che riguardano la cittadinanza francese: per il presidente al cittadino di origine straniera che mette in pericolo la vita di un poliziotto, un gendarme, o un altro depositario dell’autorità pubblica verrà ritirata la cittadinanza francese.

I ministri del governo di François Fillon sono divisi sulla questione. In primis, quelli di «apertura» come il ministro degli esteri Bernard Kouchner [proveniente dal Partito socialista] che si è detto contrario all’accelerazione securitaria di Sarkozy su rom e immigrazione, ma non intende «disertare» il governo. Anche Fadela Amara, sottosegretaria delle politiche della città, si è detta «contraria» all’allargamento delle condizioni di decadenza della cittadinanza volute dal governo, e all’espulsione dei rom. Non per questo Amara intende presentare le dimissioni: «Il presidente della repubblica mi ha affidato una missione: quella di trasformare le periferie», ha detto. Secondo la sottosegretaria la legge attuale è sufficiente, la decadenza c’è in caso si condanna per «terrorismo» o «oltraggio alla sicurezza dello Stato».

Tra i ministri dell’Ump, il partito di maggioranza, le divisioni vertono invece sui motivi che possono portare alla decadenza della cittadinanza. Brice Hortefeux, ministro dell’interno, precedentemente ministro dell’immigrazione e dell’identità nazionale, auspica la creazione di un «reato di ‘poligamia di fatto/truffa/abuso di debolezza’». L’attuale ministro dell’immigrazione e dell’identità nazionale, l’ex socialista Eric Besson, vuole invece «limitarsi» ai «crimini più gravi, quelli che colpiscono lo Stato, la Nazione».

Il 3 settembre è prevista una riunione all’Eliseo proprio per stabilire in quali casi la cittadinanza va ritirata.

Intanto Hortefeux, seguendo il modello italiano, continua a prendersela con rom e rumeni. Il 30 agosto il ministro ha comunicato alcuni dati molto controversi sulla «delinquenza di nazionalità rumena» a Parigi. Secondo il ministro, sarebbe aumentata del 138 per cento nel 2009 e del 259 per cento negli ultimi due mesi. Rom e rumeni, nei dati del ministro – che tace sul fatto che le infrazioni compiute da rumeni a Parigi sono solo il 5,7 per cento secondo la prefettura – sono assimilati ad arte. Anche perché, come sottolinea il Nouvel Observateur, la prefettura non è in grado di fornire dati sulla deliquenza degli stranieri. «Abbiamo solo dati globali, non abbiamo il dettaglio per nazionalità, tranne quello sulle infrazioni compiute dai rumeni, questi ultimi sono stati comunicati su richiesta del ministero dell’interno».

Di fronte all’imbarbarimento del discorso presidenziale sono previste centinaie di manifestazioni in tutta la Francia, convocate da associazioni e pariti di sinistra contro il razzismo il 4 settembre, 140 esimo anniversario della Repubblica francese. «La Costituzione della Francia, Repubblica laica, democratica e sociale – ricordano i promotori nell’appello che convoca le manifestazioni [http://nonalapolitiquedupilori.org] – garantisce ‘l’uguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione».

Lo stesso giorno si manifesterà a Roma per protestare contro i provvedimenti discriminatori e repressivi del presidente Sarkozy nei confronti delle popolazioni rom e sinti per denunciare il tentativo del presidente francese di usare la questione sicurezza per contrastare le difficoltà che deve affrontare il suo governo, espellendo centinaia di cittadini europei rom, in tutta illegalità. L’appuntamento è alle 14.30 in piazza Farnese, di fronte all’ambasciata di Francia.

Secondo il Prc, si tratta di «una pagina di vergogna per la Francia così come lo è per l’Italia, dove il ministro dell’interno Maroni, intende agire con le stesse illegali pratiche». E’ importante, aggiungeRifondazione, «schierarsi a fianco di un popolo da sempre perseguitato e di cui si continua a ignorare la cultura: un popolo che nei secoli ha attraversato l’Europa, rifiutando la guerra e subendo pregiudizi e persecuzioni culminati nel Porraimosh nazista, quando 500 mila persone sono state sterminate nei lager. Si tratta di un genocidio che prosegue tutt’oggi, lento e inesorabile: ultima vittima Marius, un bambino di 3 anni, morto a Roma nell’incendio della casupola in cui viveva. Il suo è solo l’ennesimo tributo di sangue all’emarginazione di cui sono strutturalmente portatori i campi in cui tante persone, soprattutto minori, sopravvivono».

Tor Bella Monaca, così lontana così vicina

Wed, 09/01/2010 - 03:46

1. Abito, a Roma, molto lontano da Tor Bella Monaca. In una lingua di terreno, come spesso capita in questa città, stretta e lunga ritagliata: tra, a est, il grande parco di Villa Pamphili [180 ettari ] con cui confina; e, a ovest, il tessuto frantumato di una parte di quella periferia diffusa che costituisce la maggiore estensione urbana romana. La grande porzione verde del Parco, all’interno della melassa di villini e palazzine, sembra replicarsi, oltre la lingua, con modesti slarghi e piccoli vuoti in cui alcuni anziani approfittano di questa pausa concessa da mattoni e cemento, per allestire incerti tavoli per giocare interminabili partite a carte al riparo di altrettanto incerti alberelli. Più o meno ovunque. All’infuori di una discreta rientranza, dove la configurazione di un serbatoio idrico ha fatto, come d’incanto, saltar fuori una piccola piazza bordata da alberi verso la strada. Nessuno cura però quello spazio, ostaggio dei proprietari di cani. Solo il muro sembra servire; infatti da qualche tempo un enorme manifesto inneggia a un gruppo neofascista. Un grande lenzuolo cartaceo curato e rattoppato con maestria e dedizione ogni qualvolta che qualche d’uno tenti di staccarlo. Il comune tollera la scritta e non fa alcuna manutenzione. Nessuno però sembra lamentarsi; i proprietari dei cani hanno un’area; per il degrado basta non guardare. Per il sindaco Alemanno la zona è evidentemente da considerare esente dal suo piccone demolitore anche se è «off limits» e sostanzialmente inagibile.

2. Perché per questo evidente abbandono urbano Alemanno, come in migliaia di altri simili casi, non ha ricette? Perché chi ci abita lo fa al riparo di una tipologia, come la chiamano lui e i suoi «collettivista»? Perché le torri dovrebbero essere poi più « invivibili» [ sempre come dice lui] dei suoi amati e richiesti grattacieli? Non odia il degrado [a cui, da Sindaco, potrebbe facilmente provvedere inviando una squadra di pulizie]?
Ad Alemanno, Roma non interessa; interessano i luoghi in qualche modo nella città riconosciuti. Sa bene che per chi abita le periferie diffuse romane, che ha saputo facilmente sedurre a fronte dell’abbandono veltroniano, non potrà mostrare la medesima dedizione, il medesimo affetto che i suoi emuli profondono verso il lenzuolo fascisteggiante a ridosso della lingua che divide Villa Pamphili da una delle tante «Rome». Sa bene che per esorcizzare i conflitti che potrebbero esplodere dall’abitare nella crisi il modo migliore non è, come hanno fatto le giunte di sinistra, negarne l’esistenza. Ne si dimostra impaurito da chi come sembra fare, a fronte delle sue « esternazioni»seguendolo sui suoi temi, un certo pensiero di urbanistica democratica che richiede «pezzi di città». Alemanno ha compreso che questa è la città. Che non gli è stata consegnata da Veltroni quale figlia dell’ideologia collettivista. E’ e dovrà essere la sua città: fatta di allontanamenti forzati delle comunità rom [ come aveva iniziato a fare il precedente sindaco], fatta di progetti/eventi capaci di apparecchiare e rendere possibili i soliti esercizi di rendita. Vuole e deve fare i conti con questo. Questo gli è richiesto. Ed ora, che con Roma Capitale e i poteri assoluti che con questa legge vorrebbe assumere, il gioco potrebbe cambiare. Veltroni era costretto a rivolgersi al migliore offerente prefigurando un piano regolatore delle offerte in cui leggere le normative tecniche come consigli per acquisti. Alemanno oggi , quando parla di abbattere case e palazzi, spostare persone, ricostruire edifici secondo precisi modelli [estensivi ovviamente] non parla da urbanista [ per carità] e neppure da Sindaco [non solo].

3. Alemanno parla come futuro successore di Berlusconi. Lo fa dopo aver ben studiato e metabolizzato gli errori e gli eccessi del «capo». Così non cade nella trappola di impegnarsi in cose possibili da verificare e dover magari, poi, rispondere a chi ne potrebbe chiederne conto. Parla di zone invivibili facendone ricadere la responsabilità sulle case. Non sui paradigmi sociali e storici che le hanno rese possibili. Propone addirittura come modello « altro» le casette della Garbatella perché, dice lui, Roma ha bisogno di replicare al proprio interno quel leggendario modello ovvero: l’insediamento abitativo pensato, all’inizio degli anni venti nel novecento, per le abitazioni di quei lavoratori di quell’industria che Roma non avrebbe poi mai avuto. Veltroni ha nascosto la questione abitativa. Alemanno sa che deve riuscire a intercettare e depotenzializzare l’esplodere di una questione urbana. Eliminare le forme possibili del conflitto: le famiglie senza casa, il tanto costruito inutilizzato, il consumo del territorio e continuare così a incoraggiare, come sta facendo, quegli esercizi di rendita che, facendo decidere alla « finanza» il nostro abitare, ci vuole, oggi, sempre più schiacciati nella miseria di cui le forme di precarietà dell’abitare risultano implacabili sentinelle. Per questo Alemanno ha bisogno di puntare sull’immateriale; sull’idea di città. Una città «altra» per cui non ci sono studi, impossibile da realizzare per costi, di cui risulta impossibile anche pensare a come smaltire le demolizioni, di cui anche le deportazioni degli sventramenti fascisti non sono che un esile paragone. Un incubo più che un sogno. Ma che importa. Non ha già registrato e sta registrando, forse, riconoscimenti di merito sull’aver posto il problema delle trasformazioni urbane? Una città altra per cui indica , molto materialmente tuttavia, come sempre: il consumo di nuovo spazio, il bruciare nuovo territorio che, oggetto di trasferimenti e destinato ad accogliere i nuovi abitanti, dovrà necessariamente essere inserito al’interno dei soliti meccanismi della rendita. E sempre la solita storia per rafforzare il dominio: attraversare le strade della città per plasmane le forme della vita, fissare i tempi, organizzare il lavoro. E’ questione urbanistica da combattere richiedendo piazzette e panchine?
 

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