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« Là-bas si j'y suis » : septembre 2010
Deaths in Mozambique riots
At least six people have been shot dead in Mozambique's capital during clashes between police and demonstrators protesting against rising food and fuel prices.
Police opened fire on protesters throwing stones and setting fire to tyres and barriers, but it was not immediately clear whether their bullets were responsible for the deaths.
According to the AFP news agency, one boy was shot in the head and left dead in the street, while a police spokesman told Reuters two children were killed in the violence.
Red Cross rescue teams in the impoverished southern African country said demonstrators were killed during separate protests in Maputo on Wednesday.
"We have had 42 cases at the hospital. Twenty-three were wounded by gunshots. Two are being operated on at the moment. Nineteen have wounds from physical attacks. One died," Antonio Assis da Costa, director of emergency services at the Red Cross, told AFP.
En Irak, émergence d'un pouvoir autoritaire à dominante chiite
Les frontières incertaines du Kurdistan
(en) Debate on Industrial Organising in Australia - Project "X" - Worker Solidarity Network Manifesto
Il test Annapolis
Il vertice iniziato a Washington il 2 settembre ricorda quello di Annapolis, tenuto nel novembre del 2007. Anche allora, il presidente statunitense [era George W. Bush] invitò i leader della regione [con «lancieri» da tutto il mondo] alla cerimonia di apertura dei negoziati finali israelo-palestinesi. Anche allora, l’amministrazione statunitense trascinò all’incontro un presidente Mahmoud Abbas urlante e scalciante. Anche allora, si decise di «tentare di raggiungere un accordo nel giro di un anno» [per essere precisi, entro la fine del 2008]. Allora come oggi, tutti si impegnarono a rispettare gli accordi precedenti.
La fragile barca dei negoziati si incaglierà anche stavolta su un banco di sabbia, per rimanerci fino alla prossima cerimonia?
Il processo di Annapolis ha generato una significativa riduzione delle divergenze tra le leadership israeliana e palestinese. Nei canali ufficiosi, l’allora primo ministro Ehud Olmert offrì ad Abbas uno stato palestinese nel 93,5 per cento della Cisgiordania, più un ulteriore 5,8 per cento da raggiungersi con scambi di territori con Israele e un «passaggio sicuro» per collegare la Cisgiordania con la Striscia di Gaza. Olmert offrì anche di dividere la terra di nessuno di Latrun e di consegnare ai palestinesi i quartieri arabi di Gerusalemme est. Era anche pronto ad assorbire, eventualmente, in Israele, alcune migliaia di rifugiati palestinesi. A causa della guerra a Gaza e delle elezioni in Israele, i negoziati si sono bloccati alla fine del 2008, e non sono ripresi fino a oggi.
Il cambiamento del governo israeliano non ha in alcun modo cambiato la posizione palestinese riguardo alle questioni essenziali. Il documento che Abbas ha mandato al premier Benyamin Netanyahu attraverso i buoni uffici di George Mitchell ripete gli stessi proponimenti che furono presentati a Olmert. Dal punto di vista dei palestinesi, la vittoria della destra in Israele non obbliga ad aggiornare i propri principi per assecondare la volontà degli elettori israeliani. Abbas è molto più preoccupato di Hamas, che lo presenta come un «traditore» della causa palestinese, e dei suoi amici nella leadership di Fatah che vorrebbero vederlo fallire, più che delle minacce dell’estrema destra israeliana e delle pressioni che Netanyahu subisce dai falchi del Likud.
Di fatto, un governo israeliano di destra che ha difficoltà a congelare anche temporaneamente la costruzione degli insediamenti serve agli interessi palestinesi più di un governo moderato che appoggia la pace ma fa molto poco per cambiare la realtà sul terreno. Più il governo israeliano sembra estremista, maggiori sono i dividendi che il primo ministro palestinese Salam Fayyad riesce a ottenere dalla comunità internazionale in cambio dei suoi sforzi per stabilire credibili istituzioni di governo palestinesi ed efficienti servizi di sicurezza. La leadership palestinese è anche consapevole del fatto che con il passare del tempo c’è un crescente timore nell’opinione pubblica israeliana e perfino tra i coloni che il governo Netanyahu possa trasformare Israele in uno stato binazionale.
Di conseguenza, non è probabile che Abbas possa offrire a Netanyahu concessioni territoriali e di altro tipo che Olmert non abbia già ricevuto. Né sono cambiate, dai tempi di Annapolis, le posizioni di principio di Washington. Il presidente Obama ha abbracciato la road map presentata alle due parti sette anni fa dal suo predecessore e adottata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Entrambe le amministrazioni hanno capito che un accordo sullo status finale sarà sostanzialmente una variazione sui parametri di Clinton, l’Iniziativa di Ginevra e i punti di contatto raggiunti tra Olmert e Abbas. Finora, pur dimostrando un attivo coinvolgimento per il processo di pace, l’amministrazione in carica non ha presentato alcun piano Obama per la pace in Medio oriente.
Abbas e Olmert hanno fatto grandi progressi, senza bisogno di dover affidarsi ai buoni uffici diplomatici degli Stati uniti. Se ci fosse stata la possibilità di continuare i colloqui, avrebbero raggiunto un accordo. Questa volta, tuttavia, è dubbio che le due parti possano progredire senza l’aiuto di terzi.
Gli Stati uniti hanno accettato la richiesta di Netanyahu di rinnovare i colloqui senza precondizioni. Netanyahu si rifiuta di riprendere i colloqui dal punto in cui i suoi predecessori li avevano lasciati, e per di più non è d’accordo sull’assumere come punto di riferimento la linea del 4 giugno 1967 come base per un confine permanente tra Israele e uno stato palestinese.
Questo significa ignorare punti di convergenza e anche accordi raggiunti nel passato e ricominicare i negoziati sulla base delle nuove posizioni e delle nuove mappe presentate da Israele. Fino ad oggi, nessuno sa quale mappa dello stato palestinese Netanyahu avesse in mente quando, più di un anno fa, nel suo discorso all’università di Bar Ilan ha parlato di due stati per due popoli. Alcuni dei suoi collaboratori sostengono che nemmeno il primo ministro stesso sa cosa realmente voglia.
Anche se il vertice di Washington non avesse più successo del precedente Annapolis, almeno l’opinione pubblica israeliana e il resto del mondo saprebbero finalmente dove vuole arrivare Netanyahu e come trattare con lui.
Cátedra Libertaria "Antropología y anarquismo"
Gelmini: «Massima solidarietà» ai precari che non farà lavorare
Il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini non incontrerà i precari in sciopero. «Non li incontrerò – ha detto in una conferenza stampa a Palazzo Chigi – anche perché ad oggi non sappiamo nemmeno chi ha perso realmente il posto. Le persone che protestano lo fanno senza essere state ancora escluse».
Complessivamente i tagli del governo in Finanziaria riguardano circa 25mila cattedre e 15mila posti di personale Ata. Tra questi, una parte degli esuberi è stata ammortizzata dai pensionamenti, oltre 30mila, ma va conteggiato anche il personale di ruolo, soprattutto docenti, che ha perso il posto e in agosto è stato reimpiegato su uno libero. Di rimando sono diminuiti i posti per i precari in lista d’attesa, circa 250mila docenti in graduatoria e 70mila personale Ata.
«La protesta – spiega però il ministro – è legittima, ma non del tutto motivata. Il ministero non ha ancora completato le operazioni sul personale scolastico, dobbiamo avere il tempo di completarle e solo allora vedremo quanti precari risponderanno positivamente agli accordi che stiamo ultimando con le Regioni. Non voglio essere coinvolta in una contrapposizione politica che determina un clima negativo sull’inizio dell’anno scolastico. Il mio compito oggi è garantire il corretto avvio dell’anno». Ai precari – ha aggiunto Gelmini – va la massima solidarietà, anche in maniera completa». Il ministro ha poi rivolto un appello alle forze politiche affinché «non si strumentalizzi il disagio».
«Sono disponibile al confronto, non alle polemiche», ha aggiunto auspicando «un confronto nel merito di ciò che si può fare e non di ciò che si vorrebbe. Il governo non è onnipotente, ma tutti i margini di intervento possibili li sta utilizzando. E se questo venisse detto con chiarezza le tensioni potrebbero affievolirsi nell’interesse di tutti e di un buon avvio dell’anno scolastico».
Quanto alle «novità» dell’anno scolastico che si apre, Gelmini ha ricordato che per i ragazzi che fanno più di 50 giorni di assenza la bocciatura sarà automatica. Ed è tornata sul tasto del merito: «Abbiamo aperto un tavolo con i sindacati» per introdurre la progressione in carriera degli insegnanti basata sul merito, ha detto, aggiungendo che in Europa «solo Italia e Grecia non hanno un avanzamento per merito nella carriera degli insegnanti».
Quanto alla polemica sui test di ammissione alle facoltà universitarie, Gelmini si dice «contraria all’abolizione dei test. Penso che ci debba essere un modo oggettivo per selezionare decine di migliaia di studenti che vogliono accedere a Medicina. Per i test, poi, ci sono margini di miglioramento, ma sono limitati. Qualcuno propende per far pesare di più il voto di maturità, ma oggi non c’è una misurazione oggettiva dei ragazzi al termine della scuola superiore. Non mi pare che sia questa la strada».
«Ma in quale mondo vive la ministra Gelmini? Non si può continuare a sostenere che tutto va bene e che le responsabilità sono sempre di altri. Si ammetta che le politiche sulla scuola non hanno prodotto alcun miglioramento della qualità formativa ma un netto peggioramento». È quanto afferma in una nota Domenico Pantaleo, segretario della Flc Cgil [il sindacato della scuola] commentando la conferenza stampa di Maria Stella Gelmini.
«Siamo di fronte al licenziamento di migliaia di precari – prosegue Pantalaeo -, a 10.000 insegnanti dichiarati in sopranumero, a scuole elementari che non possono più garantire i tempi scuola richiesti dalle famiglie, a classi più affollate e più insicure, all’impossibilità di assicurare risposte adeguate d’integrazione per gli alunni disabili, a tagli di ore e di materie nelle secondarie superiori e al blocco dei salari per quattro anni per tutto i pubblici dipendenti. Ci sono scuole nelle quali mancano perfino i collaboratori scolastici per aprirle e chiuderle».
Pantaleo aggiunge che «se si vuole aprire un confronto vero siamo pronti a discutere purché si abbia l’umiltà di ascoltare anche le nostre opinioni e la disponibilità a rimettere in discussione scelte disastrose a partire dai tagli. Ma la ministra deve innanzitutto avere maggiore rispetto per coloro che perdono il lavoro e sono disperati, fino al punto di mettere in gioco la propria vita. Le persone non sono numeri e la dignità di chi soffre deve essere sempre rispettata». Infine un appello: «Insisto nel chiedere alla Ministra di ascoltare le loro richieste».
Exchange on "Black Flame" between Spencer Sunshine and the authors, in recent "Anarchist Studies"
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- (ca) [Media] Ni Dios, ni patrón, ni marido; un drama argentino
- (ca) * * KAOS TV * Hemeroteca * orden cronológico * +leídas * +comentadas Desde Europa exigen la libertad de Victor Herrera Govea
- (ct) [CAT] NOTA DE PREMSA. La CNT es concentrarà davant l'ofrena floral a Manresa el 11 de setembre. LA Secció Sindical de CNT-AIT a l'ajuntament de Manresa és concentrarà durant l'ofrena floral de la Diada a Manresa.
- (en) US, Minesota-St Paul Twin Cities Anarchis Bookfair 11-12 September 2010 - UPDATE
- (en) Spain, Crisis? Whose? Why? Reforms - who will apply them and who will suffer? by CGT - CNT-Catalunya - SO
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